Breve storia del Presepe

( di Nina Gockerell tratta da "Paradiso dei contrasti: il presepe napoletano" a cura di Roberto Ubbidiente e Vincenzo De Lucia, ed. Waxmann, Munster - New York - Munchen - Berlin, 2003)

Nel primo volume del suo Voyage pittoresque ou description des royaumes de Naples et de Sicile (1781) l'abbé Rlchard de Saint-Non scrive dei presepi a Napoli: "Tutto è rappresentato in piccolo, con figure fatte ed abbigliare con perfetta verità e naturalezza. Tale genere di spettacolo, lasciato altrove ai bambini e al popolino, a Napoli, per la perfezione della sua rappresentazione, diventa degno dell'attenzione dell'artista e dell'uomo di gusto." Trent'anni dopo (1809/10) nei suoi Landschftsstudien aus Neapel la scrittrice tedesca Friederike Brun descrive la scena dell'adorazione dei pastori e soffermandosi sui pastorelli, come a Napoli vengono chiamate tutte le statuine del presepe, comprese quelle che non rappresentano dei pastori, aggiunge: "Il loro ritorno [dalla grotta] è ambientato all'alba. Al loro arrivo nei villaggi tutto appare profondamente animato da un'intensa operosità. Essi narrano ciò che hanno visto e coloro che hanno ascoltato il loro racconto si affrettano, ben disposti in frotte, a portare i loro doni. Per altre vie, attraverso zone boschive e rocciose, attraverso ruscelli, in profonde vallate, sfila - sotto il peso di tutta la pompa magna tipica dell'Oriente - il corteo dei Re Magi, accompagnati da un gran seguito su cavalli sapientemente corazzati nonché da cammelli, muli, asini ecc. Con loro arrivano mori, donne, bambini, scimmie, e pappagalli ... Le belle schiave sono sempre adornate di (vere) perle e gioielli ..."

Queste due testimonianze racchiudono le caratteristiche fondamentali dei presepi napoletani del Settecento, evidenziandone quelle particolarità che li differenziano da ogni altro tipo di presepe prodotto in altre regioni dell'Europa centrale e meridionale: l'arredo miniaturizzato, riprodotto con assoluta fedeltà, nonché l'abbondanza di rappresentazioni tratte dalla vita popolare che perlopiù assiepano la scena centrale dell'ado-razione. Sono tre gli avvenimenti che vengono scenicamente rappresentati in ogni presepe di questa epoca: la nascita di Cristo e l'annuncio della Buona Novella ai pastori, la vita nei mercati e per le strade nonché il corteo e l'adorazione dei tre Re Magi. Nella Napoli del Settecento, ossia nel periodo di massima fioritura della locale produzione di presepi tra il 1730 e il 1780, si perseguiva lo scopo del massimo realismo possibile, da raggiungere grazie all'altissima perfezione tecnica e ad un sorprendente impiego di mezzi artistici e finanziari. L'adorazione del Divin Bambino non era, dunque, la sola scena da rappresentarsi con eccezionale sontuosità. I presepi dovevano essere anche un'esatta riproduzione della città e dei suoi abitanti con tutte le loro faccende quotidiane, un mondo in miniatura, una rappresentazione della variopinta vita del popolo. Questa ricerca della naturalezza da perseguire finanche nel più minuto pezzo del corredo fu spinta agli estremi in tale misura esclusivamente a Napoli, dove a partire dal 1735 circa la costruzione del presepe era divenuta una delle occupazioni cui si dedicavano con più passione il re e la nobiltà.

I presepi del settecento

Tutto ciò non trova, tuttavia, riscontro in epoche precedenti. I più antichi presepi napoletani a noi noti, risalenti al tardo Cinquecento e al Seicento, si differenziano appena da quelli dì altre regioni italiane. Anche a Napoli, infatti marmo, legno e cera erano i materiali di uso più frequente. Soltanto il primo Settecento diede l'avvio ad uno sviluppo destinato a trasformare i pastorelli napoletani in figure assolutamente uniche nell'ambito della produzione presepistica europea. Questo sviluppo è contraddistinto in primo luogo dal sempre più diffuso utilizzo della creta per la realizzazione delle testine delle figure, dall'uso di fil di ferro intrecciato quale materiale per la creazione dei manichini - la qual cosa renderà il corpo delle figure notevolmente più flessibile e la mimica del loro viso decisamente più variegata - e infine dall'impiego di vera stoffa per i loro abiti. Contemporaneamente fu stabilita per le figure la misura terzina obbligatoria (35-40 cm). Una simile uniformità dei criteri di realizzazione, adottati da tutte le botteghe attive nel settore, fa sì che le figure risultino perfettamente combinabili tra loro, anche quando si tratta di opere di artisti diversi. A partire dalla metà del Settecento tali criteri hanno mantenuto tutta la loro validità e vengono ancora oggi osservati. Secondo quanto tramandatoci, le testine e gli arti delle figure si potevano acquistare anche singolarmente - un paio di "gambe d'angelo in legno", un paio di "piedi di contadino", testine di creta o terracotta, con o senza occhi di vetro - la qual cosa è sufficiente a spiegare la necessità di stabilire delle misure standard. Naturalmente questi singoli pezzi non venivano realizzati dai grandi presepisti, di cui sono noti i nomi, che lavoravano solo su ordinazione, bensì da botteghe che producevano gran quantità di figure destinate a popolare gli sfondi delle scene ricche di gente del popolo. L'uso della creta per modellare le testine delle figure è strettamente collegato ad alcune circostanze verificatesi alla corte di Napoli che spigano come la famiglia reale e - incitata dal suo esempio - la nobiltà partenopea poterono esercitare per decenni un grande influsso sullo sviluppo dell'arte presepiale. Quando nel 1734 Carlo III di Borbone (1716-1788) arrivò da Madrid per cingere la corona di viceré di Napoli e Sicilia, la locale produzione di presepi conobbe un notevole incremento. Come narrano le cronache, lo stesso re - come anche la regina - partecipava personalmente, con gran diletto e molta competenza in materia, alla decorazione e all'allestimento del presepe di palazzo reale. Il sovrano, inoltre, impiegò anche un proprio allestitore presepista. Verso la metà del secolo tale carica fu ricoperta da Giuseppe Mosca, un artista affermatosi anche quale autore di testine di figure presepiali di grande intensità espressiva. Come la maggior parte dei suoi colleghi, anch'egli fu attivo presso la Real Fabbrica della Porcellana di Capodimonte. Numerosi modellisti, già precedentemente distintisi con sculture a grandezza naturale - credendo ora di cogliere l'occasione offerta dalla passione che il re e la nobiltà nutrivano per quest'arte - presero a modellare testine di figure per presepe. Poiché ogni anno i ricchi e potenti indicevano un concorso per scegliere tra i loro presepi il più bello della città, c'era estremo bisogno di figure di ottima fattura pur le quali si era disposti a pagare cifre esorbitanti.

Ciascuna fase di produzione di un pastorello si avvaleva dell'opera di artigiani esperti dei settore. In primo luogo sono da menzionare i creatori delle espressive testine. Veri e propri pezzi di bravura della scultura in miniatura, esse presentano i tipici lineamenti di cittadini napoletani di entrambi i sessi e ogni età così come quelli degli schietti pastori montanari dall'espressione malconcia dovuta alle intemperie cui sono continuamente esposti, e naturalmente la fisionomia dei forestieri al seguito dei Re Magi - uomini e donne orientali e di colore dalle origini più diverse. I modellisti non solo conferivano, alle testine inconfondibili tratti somatici ma le ponevano anche nella posizione ad esse più rispondente, apponendovi spesso la propria firma. Ciò avveniva incidendo il nonne per esteso oppure un monogramma, a volte anche l'anno, nell'argilla ancora fresca del retro del petto ovvero riportando i dati con inchiostro sulla testina ormai essiccata. Tra i primi maestri figurano Antonio Vaccaro (1681 - 1750), Matteo Bottiglieri (documentabile tra il 1724 e il 1754) e suo fratello Felice, ritenuto il maestro del presepista napoletano certamente più famoso: Giuseppe Sammartino (1720-1793). Solo Francesco Celebrano, documentabile a partire dal 1772 come attivo nella Real Fabbrica della Porcellana di Capodimonte, riesce ad eguagliarlo. Il fatto, che uno scultore quale il Sammartino, approdato alla fama anche grazie ad alcune statue a grandezza naturale, sia dedicato alle figure del presepe viene senz'altro assunto quale prova dell'alto livello artistico di tale genere. Stando alle cronache, Sammartino non solo realizzò le testine più espressive ma introdusse anche, soggetti completamente inediti. Gli viene, così, attribuita l'"invenzione" del sontuoso corredo del seguito dei Magi. Di sua ideazione, inoltre, furono le statuine dei pastori spaventati dal bagliore dell'angelo che annuncia loro la Buona Novella nonché i gruppi di mendicanti seminudi, che in maniera ampiamente differenziata vennero modellati e rappresentati quali figure svestite. Ma torniamo alle singole fasi della nascita di un pastore napoletano. Una volta, modellata e cotta, la testina passava nelle mani di un pittore esperto in policromia che riusciva a infonderle una vera e propria anima. Evidenti sono le differenze che in tal senso sono riscontrabili tra le testine del Settecento e quelle realizzate nell'Ottocento. Le prime, nella loro, policromia, risultano di gran lunga più naturali, mentre le altre presentano toni chiari, freddi, e a volte ricordano dei visi imbellettati. Gli occhi di vetro, che sortiscono un effetto di grande realismo, venivano inseriti per ultimi, mentre al di sopra vi venivano modellate le ciglia di pasta di mastice colorata. Lo stesso specialista in policromia, poi, una volta ricevute le braccia e le mani delle statuine da un intagliatore di legno, procedeva a modellarle abbinandole perfettamente il colore a quello del viso. Le dita molto lunghe, spesso artisticamente allargate, sottolineano i gesti teatrali che accompagnano i dialoghi sottintesi ai vari personaggi. Non altrettanto grande, però, era l'attenzione dedicata alle gambe e ai piedi delle statuine. Nel caso di personaggi maschili, i cui calzoni di regola arrivano solo fin sopra il ginocchio, i polpacci, quando non vi sono state dipinte le calze, sono rappresentati nudi, mentre i piedi sono scolpiti già calzati o - raramente - portano scarpe di pelle. Le gambe e i piedi dei personaggi femminili, nascosti sotto lunghe gonne, venivano spesso realizzati senza eccessiva cura. In questo caso è evidente una certa superficialità confidante nel fatto che alla fine solo l'aspetto esteriore della figura presa nel suo insieme, risulterà visibile. Successivamente, le statuine venivano abbigliate da mani altrettanto esperte - sicuramente di donna - che non ricorrevano certo a semplici scampoli di stoffa per vestire, per esempio, le donne di città, i commercianti, i pastori, gli osti nonché lo sgargiante seguito dei Re Magi. Le stoffe, infatti, venivano tessute in manifatture specializzate in abiti per statuine da presepe, il che è desumibile senza alcun dubbio dai minuscoli modelli perfettamente proporzionati alla loro misura. Anche passamani, cordoncini, merletti, bottoncini e monili venivano realizzati appositamente per le statuine del presepe.

L'Abbigliamento delle figure

Una statuina raffigurante una napoletana di città, per esempio, è abbigliata con una sottogonna di carta pieghettata e una camicetta di finissimo lino con uno scollo pieghettato e merlettato sotto un corpetto eseguito esattamente secondo il modello tradizionale e chiuso da minuscoli gancetti. La gonna, perlopiù pieghettata, è guarnita con nastri di seta variopinti lungo tutto il quarto inferiore. Il grembiule, rinforzato secondo l'uso napoletano e con l'orlo staccato dalla vita, reca applicati sul fondo di seta dei cordoncini in oro e argento oppure in un colore ben intonato ed è tenuto stretto alla vita da un sottile nastro di taffettà annodato a fiocco sul davanti. Talvolta su di un fino scialle le figure indossano uno spencer di broccato finemente fiorito, a maniche lunghe e con una guarnizione di minuscoli bottoni d'argento. Il collo è ornato con catenine d'oro, di granato o di corallo. Relativamente rari sono i copricapo, ad eccezione di veli di delicato battista, mentre le pettinature sono vivacemente e perfettamente modellate. Di particolare bellezza risultano le donne al seguito dei Magi. Esse indossano calzoni di seta alla turca sotto soprabiti di broccato simili a caffettani ovvero vesti di seta lunghe fino ai piedi impreziosite di ricami e abbinate a sopravvesti dai colori ricercatamente intonati. I pastori napoletani sono abbigliati con calzoni di panno fino al ginocchio, gilè di vello di pecora, fasce di lino avvolte intorno alle gambe, sandali e cappelli per ripararsi dalle intemperie - in questo caso non si riscontrano grandi differenze rispetto ai pastori di presepi di altre regioni. Gli abitanti della città, invece, che popolano le osterie o qualche piazza, calzano stivali alti fino al ginocchio ovvero scarpe ornate di fibbie, calzoni di seta di media lunghezza, camicie di lino con colletti rovesciabili sotto un gilè di stoffa a fiorellini con doppia guarnizione di bottoni di argento. Completa il vestito una fusciacca a strisce oblique alla quale sì aggiunge o una giacca lunga fino ai fianchi guarnita di passamani e bottoni a forma di monete oppure un soprabito a tre quarti sciancrato e con tasche applicate. Anche nei caso delle statuine raffiguranti personaggi maschili sono di nuovo gli orientali ad esercitare un fascino affatto particolare: pantaloni di seta a mezza gamba o fino al ginocchio, ricavati da un solo pezzo di stoffa, ossia senza calzoni, abbinati a camicie a righe senza collo e corti panciotti di seta. Talune figure indossano un lungo e sciancrato soprabito di broccato a campana con guarnizione di lustrini. Tutti hanno la testa avvolta da un turbante di fino lino bianco ovvero di seta con ornato di perle. Al contrario, i vestimenti degli angeli - questi ultimi non immaginati come graziosi putti bensì quali belle entità asessuate in età adulta - riprendono completamente la tradizione della locale pittura sacra. Per ottenere l'effetto di un armonioso movimento delle vesti, che si gonfiano elegantemente in volo, i loro abiti di seta color pastello venivano rinforzati negli orli con un sottile filo di ferro che consente una naturale e permanente voluta delle pieghe. Maria e Giuseppe, invece, negli allestimenti napoletani condividono la loro sorte con le Sacre Famiglie di tutti gli altri presepi e non suscitano alcuna particolare meraviglia. Maria è sempre rappresentata giovane e bella, con una vaste rossa e avvolta in un manto blu mentre Giuseppe è sempre incanutito e brizzolato una addosso una veste brunastra. Purtuttavia, tra le Marie di Napoli ve ne sono, alcune le cui fattezze quasi individuali infrangono gli schemi dell'ideale estetico stereotipato.

Squarci di vita popolare

Oltre ai già citati personaggi, le scene nelle strade sono gremite di caldarrostai, arrotini, suonatori girovaghi, straccivendoli, ubriachi, ciechi e storpi. I domestici e i venditori ambulanti, invece, predominano nelle scene del mercato, mentre gli scrivani offrono il loro servizio ai passanti, gli abitanti della città si danno appuntamento nelle taverne e i cantanti danno spettacolo per i bambini di strada. Ancora nel 1881 lo scrittore tedesco Thedor Trede in un saggio dal titolo Suditalienische Weihnacht (Il Natale dell'Italia meridionale) descriveva le scene del presepe napoletano in questi termini: "Le osterie e le trattorie lungo le strade sono altrettanto immancabili e noi troviamo assolutamente normale che lo spiazzale dinanzi a questa o quella osteria sia affollato di viandanti seduti ai tavoli a sbevazzare ... Agli occhi dei napoletani queste mescite del vino, pur nella loro profanità, non intaccano minimamente la sacralità del presepio e della Chiesa anzi queste osterie, perlopiù eccellentemente rappresentate, vengono contemplate con la stessa devozione destinata alla grotta in cui il Bambino giace nella greppia con la Madonna sedutagli accanto e gli immancabili bue ed asinello." Osservando questo caravanserraglio col suo tramestio così efficacemente rappresentato non possiamo, però, ignorare un aspetto giustamente evidenziato da Wilhelm Doderlein, per decenni curatore della collezione di presepi del Bayerisches Nationalmuseum, secondo cui "Non è stato tenuto in debito conto che alla base di questi presepi così gremiti di personaggi non vi è un'autorappresentazione del popolo, bensì una rappresentazione dello stesso fatta dal punto di vista della corte. Malgrado tutto il naturalismo dei singoli personaggi essi sono il frutto di una scelta intenzionale, per non dire di una falsificazione della vita reale. In altre parole, una volta all'anno la corte e l'aristocrazia partenopee si concedevano, per così dire, il gusto di immergersi nella vita dei popolo ritenuta così briosa, allegra e spensierata - dalla quale in realtà il proprio rango le teneva lontano. I nobili facevano rappresentare il popolo dal proprio punto di vista per poi pascersi dello spettacolo. Questi scenari sì ricchi di figure popolari, quindi, non costituivano - perlomeno nel Settecento - dei presepi destinati al popolo. Cionondimeno, i presepi napoletani possono essere considerati una fonte pressocché inestinguibile per lo studio della cultura e in parte anche della storna sociale di questa città. Se a prima vista il loro tratto distintivo sembra risiedere nelle espressive figure abbigliate, la caratteristica che li contraddistingue e li differenzia da tutti gli altri presepi del mondo cattolico è invece da ricercare nel corredo, negli accessori ossia nei finimenti Nel bagaglio dei Re Magi, per esempio, fanno spicco i raffinati pezzi d'argenteria e oreficeria: coppe, brocche e vassoi in filigrana o con guarnizione di coralli destinati alla Sacra Famiglia. Tra i personaggi al seguito dei Magi spicca la banda dei suonatori orientali, formata da mori in variopinti costumi che suonano strumenti a fiato come flauti, oboi, clarinetti o il serpentone, battendo il ritmo sui tamburi e tamburelli. I suonatori locali, invece, preferiscono violini, mandolini e chitarre; mentre i pastori suonano piffero e zampogna. Tutti gli strumenti sono riprodotti nella giusta scala e le loro decorazioni sono lavorate a intarsio in tartaruga, osso o madreperla. Le fonti giunte fino a noi attestano che tali strumenti musicali venivano ordinati a Parigi, tuttavia anche di un liutaio italiano di rango europeo come Antonio Vinaccia sappiamo che mise il suo talento al servizio dell'arte presepiale realizzando strumenti a corda per i presepi dei nobili e ricchi. Del corredo delle scene ambientate in strada, delle bancarelle del mercato e delle osterie fanno parte piccoli cestini intrecciati ricolmi di frutta dall'aspetto invitante come per esempio uva di cera oppure croccante pane e formaggio con carne o verdura di terracotta. Il cibo così rappresentato risulta particolarmente invogliante contribuendo in tal modo a dare un effetto di grande naturalezza a tutte le scene rappresentate. Noti sono in qualche caso addirittura i nomi degli autori di tali finimenti: Caterina de Julianis e Luigi Ardia erano specializzati in cestini di frutti, mentre Giuseppe de Luca era abile soprattutto nella realizzazione di cavolfiori, pomodori, cavoli, peperoni e reste d'agli. Né potevano mancare le stoviglie per le osterie ceramiche d'uso comune, bicchieri, bottiglie, candelabri - tutti pezzi, anche i più piccoli, riprodotti alla perfezione. Da menzionare è, infine, l'arredo dei sempre numerosi banchi dei macellai del mercato: mezzane di maiali, tesse di manzo, insaccati, frattaglie, prosciutti, pecore e capretti macellati - tutti di creta e vivacemente dipinti. Parte essenziale di un presepe napoletano sono anche gli animali. Da un lato vi è la fauna esotica al seguito dei Magi e dall'altro le specie indigene. Anzitutto spiccano elefanti, cammelli, dromedari e purosangue, cui si accompagnano scimmie, pappagalli, levrieri e barboncini portati al guinzaglio, addestrati e presentati da uomini dall'aspetto esotico: Mongoli, Mori, Indiani o Cinesi. La precisione anatomica delle riproduzioni di questi animali - non certo scontata per il Settecento -  non ci deve meravigliare più di tanto Gli artisti napoletani, infatti, potevano ammirare e studiare dal vivo gli animali esotici nel Regio Serraglio di Sanfelice, presso il Ponte della Maddalena nel centro della città. Delle specie locali, invece, fanno parte in primo luogo le pecore ma non mancano cani da guardia, capre, maiali, mucche e volatili così come le bufale grigio pallido dal cui latte si ricava la più squisita mozzarella. Gli animali sono perlopiù interamente di terracotta, solo i più grandi, perché risultino più leggeri, sono a volte di legno intagliato. Le zampe venivano spesso fatte di piombo, onde rendere la statuina sufficientemente stabile, mentre per le orecchie si ricorreva alla latta. Tra i più abili artisti specializzati in statuine di animali da presepe le fonti annoverano Francesco Di Nardo, Nicola e Saverio Vassallo Francesco Gallo, Carlo Amatucci e Tommaso Schettino. Naturalmente anche la componente scenico-architettonica - ossia gli edifici, gli sfondi ed i paesaggi - contribuisce fortemente a creare l'effetto illusionistico e altamente teatrale del presepe napoletano. Sebbene la mancanza di un'esauriente documentazione illustrata faccia sì che non disponiamo di notizie certe circa gli originali allestimenti dei presepi in uso a Napoli, siamo informati, grazie a Goethe, su un tipo di presentazione particolarmente suggestivo. Nel 1787, infatti, il poeta appuntava nel suo Viaggio in Italia: "E' questo è il momento d'accennare a un'altra costumanza popolarissima fra i napoletani: si tratta dei presepi, che si vedono in tutte le chiese durante le feste di Natale e che rappresentano l'adorazione dei pastori, degli angeli e dei re, in gruppi, più o meno completi, di figurine abbigliate riccamente e vistosamente. Fin sui tetti a terrazzi dell'allegra città si allestisce questa esibizione. Entro una leggera impalcatura a forma di capanna, ornata di piante e d'arbusti, si collocano la Vergine, il Bambino e tutti i partecipanti, posati la terra o svolazzanti nell'aria, in splendide a vesti, per le quali i padroni di casa spendono grosse somme. Ma un tocco d'inenarrabile bellezza all'insieme è dato dallo sfondo che raffigura il Vesuvio con i paesi circostanti." Qui Goethe descrive un sorprendente fenomeno, già richiamato dal già citato Abbé di Saint-Non laddove annotava "L'azzurro naturale del cielo si combina con le tonalità ed il colore delle lontananze che formano lo sfondo con una tale illusione prospettica che una montagna che dista dallo spettatore venti o trenta piedi, sembra essere ad una lega di distanza e nella sua giusta proporzione." Già nel 1900, sulla base delle su citate descrizioni, al Bayerisches Nationalmuseum fu allestita una grande scenografia dell'Adorazione dei pastori e del popolo dal titolo Ausblick auf den Golf von Neapel (Vista sul Golfo di Napoli). Lo sguardo vaga su tutta la città, da Posillipo fino al maestoso vulcano, mentre i napoletani accorrono da ogni dove per rendere omaggio al Bimbo nella mangiatoia, nella stalla a destra, circondato da putti in volo.

 

Vastano Teresa

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